SANT’ANASTASIA (NAPOLI) – Una Casa della Comunità era previsto si dovesse realizzare a Sant’Anastasia. La si doveva fare con i fondi del PNRR ma da questi è stata esclusa poiché non si sarebbe completata entro il 30 giugno 2026. E invece la sua progettazione esecutiva risulta affidata soltanto il 31 luglio 2026 e cioè un mese dopo la scadenza del PNRR. Un dato che inchioda alle loro responsabilità gli ex amministratori cittadini. Il ritardo, pertanto, è evidente e documentato. Tuttavia nonostante la negligenza (che è ritardo colpevole) della passata amministrazione comunale la Casa della Comunità potrebbe essere realizzata mediante i fondi europei FESR. All’amministrazione guidata da Mariano Caserta toccherà trovare il modo per farlo. Intanto sul tema, anche a vanvera, e proprio dagli ambienti della passata amministrazione o da chi l’ha supportata e la rappresenta oggi sono arrivati post ed interventi scritti senza senno che nulla dicono sulle incapacità gravi di chi ha amministrato Sant’Anastasia fino al maggio scorso e per sei anni. Non ha voluto far mancare sul tema “caldo” la sua riflessione personale, che vi riportiamo qui per intero, Francesco Savarese, che ha guidato negli ultimi anni la segreteria del PD (Partito Democratico) locale. Una riflessione opportuna, al sua, viste le competenze e l’ambito nel quale Francesco Savarese lavora da anni: quello della sanità pubblica e (ora) privata.
di francesco savarese
Rispetto alla discussione sulla mancata realizzazione della Casa Di Comunità prevista a Sant’Anastasia vorrei provare a dare un piccolo contributo.
Premessa 1. Il PNRR, a differenza di tutti i precedenti piani di finanziamento nazionali e sovranazionali, prevedeva come condizione inderogabile alla erogazione dei fondi tempi certi e prestabiliti per la progettazione, la cantierizzazione e la consegna delle opere finanziate.
Premessa 2. La Missione 6 (sanità) del PNRR prevedeva due aree di finanziamento:
l’ammodernamento tecnologico delle apparecchiature in carico alle strutture sanitarie (con almeno 8 anni di obsolescenza) e la realizzazione ex novo di strutture per l’assistenza territoriale (Case di Comunità e Ospedali di Comunità).
A causa del vincolo sulla durata dei lavori (il più temuto ostacolo all’accesso ai fondi!) tutte le regioni, compresa la Campania si sono a suo tempo adoperate e censire le strutture del sistema sanitario territoriale già esistenti che potessero essere ampliate o riconvertite allo scopo. Questo garantiva anche una più omogenea distribuzione sul territorio delle risorse disponibili. Rimaneva quindi il nodo della progettazione, appalto e realizzazione dei lavori connessi.
A questo riguardo, nell’ottobre del 2021 (nelle primissime fasi di erogazione dei fondi PNRR) un ricercatore della Università Cattolica pubblicò per L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) un articolo che analizzava una vicenda emblematica. Uno dei primi bandi pubblicati, a cura del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, riguardava “progetti di miglioramento dell’agrosistema irriguo”. A questo bando parteciparono tutte le regioni d’Italia eccetto Abruzzo, Molise, Val d’Aosta e Trentino, per un totale di 249 progetti presentati e, di questi, 149 furono dichiarati ammissibili al finanziamento e 10 ammissibili con riserva. Dei 90 progetti giudicati inammissibili per mancato rispetto dei criteri di valutazione (noti e predeterminati) 31 erano stati presentati dalla regione Sicilia la quale collezionò 31 bocciature su altrettanti progetti presentati con il record (unica fra le regioni italiane) di 0 progetti approvati. Alle rimostranze dell’amministrazione siciliana che accusava il Ministero “di aver adottato criteri sfavorevoli per le regioni del Sud” fu fatto notare che i criteri di valutazione erano stati precedentemente definiti e concordati con i rappresentanti di tutte le regioni (compresa ovviamente la Sicilia) e che i progetti in questione non rispettavano nemmeno la metà dei criteri stabiliti. Il ricercatore, anche sulla scorta di un articolo pubblicato da due colleghi della Soprintendenza per i Beni Culturali di Enna che analizzava un fenomeno analogo, focalizzava l’attenzione sulla scarsa competenza richiesta ai funzionari della pubblica amministrazione in fase di reclutamento, che si manifestava nella estrema inadeguatezza in fase di elaborazione dei progetti prodotti.
Questa vicenda accese un campanello di allarme in molte amministrazioni (soprattutto comunali) riguardo alle difficolta delle piccole realtà territoriali a gestire una progettazione ed una realizzazione di opere complesse come quelle in oggetto, soprattutto nei tempi stretti previsti. In verità la regione Campania, sensibile al problema, predispose all’epoca un ufficio di progettazione centralizzato che offriva consulenza e know-how finalizzate alla fase di progettazione e gestione dei fondi. A questo ufficio, ben poche amministrazioni (soprattutto comunali) fecero ricorso, timorose di dover abdicare la gestione di progetti sul loro territorio all’ente regionale, ritrovandosi così esautorate dagli effetti che tali processi comportavano sulle dinamiche di controllo del consenso elettorale.
Il risultato di tutti questi fattori (e non solo) è stato il fallimento delle maggior parte dei progetti inerenti le cosiddette Strutture di Comunità. Quanto di tutto ciò si sia verificato anche nel nostro comune non saprei dirlo con precisione, ma sospetto che il copione sia stato pienamente rispettato anche a casa nostra.
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FOCUS
Le Case della Comunità sono il cuore della riforma dell’assistenza sanitaria territoriale avviata con i fondi del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma cosa sono davvero? In questo articolo ne approfondiamo le principali funzioni, i servizi previsti, chi le gestirà e quale ruolo rivestiranno in rapporto con gli altri servizi sanitari di base, come il medico di famiglia, la guardia medica o le strutture ospedaliere. Le Case della Comunità sono una delle novità più importanti di questa riforma.
Grazie ai fondi arrivati dall’Europa, L’Italia ha programmato di attivarne circa 1700 su tutto il territorio nazionale, di 1038 da attivare entro il 30 giugno 2026, pena la perdita del prestito europeo. Per farlo, dovrà costruire nuovi edifici o riconvertire strutture esistenti, dotandole di personale e strumentazione utile a fornire i servizi sanitari previsti. La Casa di Comunità è una struttura che offre al cittadino accesso di prossimità all’assistenza sociosanitaria e sanitaria non urgente.
Al suo interno operano molti professionisti diversi (Infermieri, Medici, assistenti sociali, operatori sociosanitari, psicologi, amministrativi, ecc…) che lavorano in sinergia per affrontare in modo integrato i bisogni dei cittadini del territorio di riferimento. La Casa di Comunità è aperta a tutta la popolazione e a tutte le fasce d’età, ma in modo particolare la sua offerta è rivolta a cittadini anziani, fragili e con patologie croniche e può fornire risposta a bisogni quali ad esempio:
educazione sanitaria a pazienti e caregiver; attivazione servizi di assistenza domiciliare; richiesta protesi e ausili; assistenza infermieristica; prelievi e vaccini; sportello di prenotazione e scelta e revoca; orientamento e informazione sui servizi sanitari, sociosanitari e sociali













