con gli occhi di pasquale | la rubrica di pasquale abete
Cresciamo con l’idea di avere un diritto naturale sugli animali. Come se da qualche parte fosse scritto che possiamo disporre delle loro vite. Ma questo “permesso” non ce l’ha dato nessuno. Oggi sappiamo, grazie alla scienza e alla biologia, che gli animali, anche le creature più semplici, sono esseri senzienti capaci di provare dolore, paura, affetto e legami sociali. La presunta “disposizione a procedere” non è mai arrivata dall’alto o dalla natura: ce la siamo concessa da soli.
Scegliere di mangiare carne non dovrebbe mai essere un gesto automatico o dettato dall’abitudine, ma un’azione etica e responsabile. Solo attraverso una vera consapevolezza dell’impatto e dell’origine di ciò che portiamo nel piatto possiamo superare la tentazione del non sapere e assumerci la piena responsabilità delle nostre scelte quotidiane. Io quella consapevolezza l’ho incontrata in terza media, grazie a un libro che mi ha cambiato per sempre.
A me la carne piaceva. Eccome se piaceva. L’odore del capretto al forno con le patate, il pollo allo spiedo con la pelle croccante, un piatto di spaghetti con le vongole o una frittura di calamari dorata. Non ho smesso perché non mi piacesse più quel sapore. Ho smesso per via di un racconto.
La nostra professoressa di lettere ci fece leggere “Penna vagabonda” di Virgilio Lilli. Tra le tante storie di viaggio dell’autore, ce n’era una intitolata “L’ammazza mille”, ambientata nei giganteschi macelli di Chicago.
Non dimenticherò mai quelle pagine. Lilli descriveva i camion stipati di animali: “fra una stecca e l’altra delle gabbie fioriscono occhi languidi e ignari”. Raccontava il grido dei maiali arrivati alla fine, un verso che non aveva più nulla di animale, ma in cui sembrava piangere “l’intera Arca di Noè”. E poi quella catena di “smontaggio” atroce: corpi che perdevano zampe, teste, costati, fino a diventare tranci anonimi dentro scatole colorate e perfette. Piccole scatole laccate che l’autore, con una pietà disarmante, definì per quello che erano davvero: piccole urne, piccole bare.
La cosa che mi colpì di più fu la conclusione dell’autore. Lilli scriveva di amare la carne, di non essere vegetariano e che avrebbe continuato a mangiarne. Ma ammetteva che, dopo aver visto quell’orrore, doveva riconoscere che “c’è qualcosa di sbagliato al mondo. In noi, e fuori di noi”.
L’autore si è fermato a quella riflessione. Io, invece, da quel giorno non sono più riuscito a guardare un piatto nello stesso modo. Ho capito che se c’era qualcosa di sbagliato, toccava a me fare un passo.
Scegliere di non mangiare più animali è stata una rinuncia per il palato, certo, ma è stata soprattutto una conquista di pace con la mia coscienza. Per me non è mai stata una questione di moda o di gusto, ma di rispetto per quella vita che chiede solo di non essere spezzata.
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