Negli ultimi giorni il Corriere della Sera ha riportato alcuni dati sul mondo del lavoro e delle professioni. E lo scenario è chiaro: i giovani non vogliono più fare l’avvocato o il commercialista. A frenare e allontanare da due professioni molto ambite fino a pochi anni fa non è la mancanza di talento ma i redditi bassi rispetto alla media di alcuni anni fa. E così si è scatenato il dibattito. Con il convincimento di fondo che problema non è la professione ma la percezione del valore che fare l’avvocato o il commercialista porta con sé. Senza posizionamento, comunicazione e un’offerta aggiornata, il mercato non ti vede. E ciò che il mercato non vede… non lo sceglie. Così le nuove generazioni entrano più tardi nelle professioni, hanno percorsi di crescita più lenti e incontrano maggiori difficoltà nel consolidare il proprio reddito. Le differenze generazionali si intrecciano anche con quelle di genere. Le giovani donne mostrano divari leggermente inferiori rispetto agli uomini, ma principalmente perché l’intera distribuzione dei redditi femminili rimane più bassa e compressa. Ecco qualche dettaglio in merito…
Il mondo delle professioni invecchia e il ricambio generazionale rallenta. Il rapporto Confprofessioni fotografa il calo degli under 35, l’aumento dell’età media e un crescente divario nei redditi tra giovani e lavoratori maturi. «Poveri ma belli». Senza scomodare il cinema italiano degli anni Cinquanta, la definizione restituisce bene il paradosso della professioni come l’architetto, l’avvocato, il giornalista, il commercialista: carriere ancora capaci di attrarre giovani laureati, ma sempre più complicate dal punto di vista economico e professionale. Se l’Italia invecchia e il mercato del lavoro segue la stessa traiettoria. E anche il mondo delle professioni risente del calo demografico e della riduzione degli ingressi delle nuove generazioni: meno giovani, più lavoratori maturi e un ricambio generazionale sempre più difficile. È il quadro che emerge dal rapporto dell’Osservatorio di Confprofessioni. Negli ultimi cinquant’anni l’età mediana della popolazione italiana è passata da 33 a 49 anni, mentre la quota di giovani tra 0 e 14 anni si è dimezzata e quella degli over 65 è raddoppiata. Un cambiamento che si riflette direttamente sulla composizione degli occupati e, in particolare, sul settore delle libere professioni. Professionisti sempre più anziani: pochi giovani all’ingresso. Il mercato del lavoro dipendente mantiene una struttura anagrafica più equilibrata rispetto al lavoro autonomo.
Nel 2025 gli under 35 rappresentano il 24% dei lavoratori dipendenti, mentre la quota scende al 16% tra i liberi professionisti e al 15% tra gli altri indipendenti. Anche l’età media conferma questa distanza. Tra i professionisti l’età mediana raggiunge i 50 anni per gli uomini e i 46 anni per le donne. La presenza femminile, cresciuta negli ultimi anni, ha contribuito a contenere l’invecchiamento del settore, ma anche tra le professioniste il peso delle fasce più mature è ormai prevalente.
Il rapporto tra under 35 e over 54 evidenzia un progressivo indebolimento del ricambio generazionale. Nel lavoro dipendente il rapporto resta vicino all’equilibrio, grazie anche a percorsi di ingresso più strutturati. Nelle professioni, invece, l’accesso appare più complesso: servono tempi lunghi di formazione, stabilità economica iniziale e reti professionali consolidate, elementi che rendono più difficile l’ingresso dei giovani. «Il ricambio generazionale nel mondo delle professioni si è inceppato e i dati lo mostrano con chiarezza: i giovani entrano tardi, crescono lentamente e il divario con i senior si amplia lungo tutto il ciclo di vita», afferma il presidente di Confprofessioni, Marco Natali. «Non è solo un tema demografico, ma riguarda la capacità del Paese di innovare e garantire continuità alle competenze».
L’invecchiamento degli occupati si accompagna a un cambiamento profondo nella distribuzione dei redditi. Secondo il rapporto, la posizione economica delle nuove generazioni è peggiorata rispetto al passato. Nel 1987 i lavoratori tra 25 e 34 anni avevano un reddito pari al 97% della media complessiva. Nel 2022 la stessa fascia d’età è scesa al 78%. In poco più di trent’anni i giovani hanno perso quasi venti punti percentuali rispetto al reddito medio. Anche il momento di massimo rendimento economico si è spostato in avanti: se in passato il picco dei redditi era concentrato tra i 45 e i 54 anni, oggi si colloca più frequentemente nella fascia 55-64 anni, anche per effetto dell’allungamento della vita lavorativa e dell’aumento dell’età pensionabile.
Il fenomeno è ancora più evidente nel lavoro indipendente. Alla fine degli anni Ottanta i giovani autonomi tra 25 e 34 anni guadagnavano mediamente il 20% in più rispetto ai lavoratori senior. Nel 2022 la situazione si è ribaltata: gli stessi giovani risultano avere redditi inferiori del 16% rispetto agli over 55. «Le nostre analisi mostrano una penalizzazione sistematica dei giovani», spiega Ludovica Zichichi, ricercatrice dell’Osservatorio di Confprofessioni. «Nel lavoro indipendente il divario è più ampio e tende ad aumentare: i giovani restano sotto la fascia centrale della carriera e il picco reddituale si sposta sempre più avanti».















