E non dimenticare coloro che invece l’Italia la derubarono
con gli occhi di pasquale | la rubrica di pasquale abete
Nel 1945 il governo italiano diede un ordine chiaro a Enrico Mattei: liquidare e chiudere l’AGIP. Bisognava svendere tutto ai privati e alle grandi multinazionali straniere. Ma Mattei fece qualcosa di straordinario: disobbedì. Capì che un Paese senza indipendenza energetica sarebbe rimasto per sempre in ginocchio. Continuò a cercare nel sottosuolo in segreto, e la sua ostinazione fu premiata: trovò il metano e il petrolio in Pianura Padana.
Invece di arricchire i privati, Mattei usò quelle risorse per il popolo. Nel 1953 fondò l’ENI, un gigante interamente pubblico. Grazie all’energia a basso costo prodotta dallo Stato, l’Italia visse il suo più grande miracolo economico.
La rivoluzione mondiale e il “75%”
Mattei non era un colonialista. Quando andava in Africa o in Medio Oriente a trattare per il petrolio, non faceva come i privati americani e inglesi (le “Sette Sorelle”) che lasciavano le briciole ai paesi locali. Mattei inventò la “formula Mattei”: offriva ai paesi produttori fino al 75% dei profitti, costruendo scuole, strade e trattandoli da pari a pari.
La fine tragica
Questo modello faceva troppa paura ai potenti della Terra. Il 27 ottobre 1962, il suo aereo precipitò a Bascapè in circostanze misteriose. Le inchieste giudiziarie decenni dopo hanno poi confermato ciò che molti sapevano: fu un attentato. Un sabotaggio che mise fine alla vita del più grande capitano d’industria che l’Italia abbia mai avuto.
Dal sogno al “bancomat” della politica: i 150 miliardi
Negli anni ’80 l’eredità di Mattei fu progressivamente piegata ai giochi di potere. La chimica pubblica dell’ENI venne fusa con la Montedison in Enimont, sfociando nella “madre di tutte le tangenti”: 150 miliardi di lire creati per comprarsi le decisioni dello Stato e spartiti in modo trasversale da un’intera classe politica. Nelle aule di tribunale vennero travolti e condannati i leader e i vertici dei principali partiti dell’epoca: Bettino Craxi (PSI), Arnaldo Forlani e Severino Citaristi (DC), Renato Altissimo (PLI), Giorgio La Malfa (PRI), Umberto Bossi (Lega), fino all’area del PDS con Primo Greganti.
Il grande tradimento: la privatizzazione
Trent’anni dopo la sua morte, negli anni ’90, la politica ha fatto l’esatto contrario di ciò che Mattei aveva sognato: sfruttando lo scandalo di Tangentopoli, ha convinto i cittadini che solo vendendo si sarebbe fermata la corruzione, arrivando così a privatizzare l’ENI e i beni pubblici.
Smantellando la sua opera, lo Stato ha ceduto quote e profitti ai mercati azionari privati. Quello che era un bene di tutti gli italiani, nato dal sacrificio di un visionario, è stato svenduto. Chi ha privatizzato ha derubato i cittadini della propria sovranità energetica, trasformando un servizio pubblico in una macchina da profitto per pochi. Con la consapevolezza amara che svendere il patrimonio pubblico è stato facilissimo, mentre restituire il mal tolto agli italiani è diventato praticamente impossibile. Oggi più che mai, la storia di Enrico Mattei ci ricorda cosa significa amare davvero l’Italia.
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