Già il titolo apre due strade che nel libro hanno mete diverse anche se alla fine le due figure/nature tratteggiate sembrano riunirsi. Di certo, il telogo laico, come si osa dire, Vito Mancuso, ha acceso dibattito che ancora dura con il suo “Gesù e Cristo” edito Garzanti. Una quarta di copertina che la dice tutta. “Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terrestre, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle, Cristo era figlio unico. Gesù denunciava le ingiustizie, Cristo toglieva il peccato del mondo. Gesù morì gridando la sua disperazione, Cristo la sua vittoria. Se nessuno di noi ha incontrato Gesù, tutti noi abbiamo però incontrato Cristo. Chi fu dunque Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Se già in precedenza Vito Mancuso aveva indagato il ruolo di Gesù come maestro di vita spirituale, accanto ad altri tre grandi maestri dell’umanità – Socrate, Buddha e Confucio –, ora in quest’opera capitale e innovativa raccoglie le ricerche e le riflessioni di una vita, dimostrando come la fede cristiana sia il frutto di una tradizione che, a partire da fatti documentati, si è a poco a poco arricchita di nuovi significati e di nuovi simboli. Mancuso non si limita tuttavia a districare la Storia (Gesù) dall’Idea (Cristo), ma arriva a riconoscere come, lungi dall’essere incompatibili tra loro, esse rappresentino due dimensioni costitutive di ognuno di noi. Se infatti la dottrina di cui il cristianesimo istituzionale è portavoce appare ormai insostenibile, è vero però che dell’unione di queste due dimensioni noi abbiamo bisogno, oggi più che mai: proprio nella loro distinzione e nella loro integrazione consiste il duplice scopo, storico e teologico, di questo libro. Vi riportiamo qui alcuni passi di recensioni sul libro di Vito Mancuso che tanto ha suscitato dibattito sia all’interno della Chiesa che nel mondo laico.
Il primo a scrivere è Marco Vannini con un’approfondita e lucidissima analisi del testo corposo di Vito Mancuso si è imbattuto. «Per amore non della polemica ma della verità – ha scritto – esprimo qui, in sintesi, alcune osservazioni critiche sul volume di Vito Mancuso, Gesù e Cristo (Garzanti, 2025). Tesi centrale del libro è che il Gesù storico poco o nulla abbia a che vedere col Cristo, ossia con la figura del redentore, morto per espiare il peccato di Adamo, quale è stata costruita da Paolo, vero fondatore del “cristianesimo”, e, prima di lui – a parere di Mancuso – da Pietro. La predicazione di Gesù era l’appello alla conversione in vista dell’imminente avvento del regno di Dio in Israele; egli non voleva affatto morire: che fosse venuto per la morte salvifica è invenzione successiva, quando il regno atteso non venne e i discepoli dettero questo senso teologico alla sua morte, e poi risurrezione. La figura di Gesù si inquadra, dunque, nell’ambito squisitamente ebraico del messianismo, al di fuori di quelle caratteristiche universalistiche, di stampo ellenico, che ha assunto in quanto Cristo redentore dell’umanità. Mancuso motiva queste affermazioni con il ricorso a numerosi studiosi contemporanei e con un accurato esame delle fonti neotestamentarie. Si potrebbe obiettare che tali affermazioni sono comunque discutibili, a partire dall’assoluta ebraicità di Gesù, che, ovvia in quanto ebreo, inserito nel suo tempo e nella sua cultura, altrettanto ovvia non parve già ai suoi stessi contemporanei e correligionari, e su questo fatto non mancano certo i riferimenti scritturistici, a partire dai vangeli stessi. Del resto, la Scrittura è, come dicevano i medievali, un nasus cereus, un naso di cera che si può modellare come si vuole, ovvero da cui si può ricavare il senso che ci interessa sostenere: e, difatti, non solo l’Antico ma anche il Nuovo Testamento sono pieni di affermazioni assolutamente tra loro contraddittorie; ma non è questo il punto. Anzi, siccome è comunque giocoforza partire dall’analisi delle testimonianze scritte, queste osservazioni critiche partono proprio da un’inspiegabile lacuna nella disamina fatta dall’autore sui fondamenti evangelici della predicazione di Gesù.
Essa riguarda l’invito fatto dal Maestro ai suoi discepoli: «Chi vuole venire dietro di me, rinunci a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24; Mc 8,34, Lc 9,23). I tre sinottici lo riportano quasi con le medesime parole, per cui si può a buon diritto pensare che si tratti di un effettivo insegnamento di Gesù.
Orbene, questo passo non è preso affatto in considerazione da Mancuso, e neppure quello corrispondente nel Quarto vangelo: «Chi ama la propria anima la perde, e chi odia la propria anima in questo mondo, la salva per la vita eterna» (Gv 12,25).
Entrambi i passi rimandano chiaramente alla morte, in senso fisico, ma anche e soprattutto spirituale. Il primo, infatti, è preceduto dall’annuncio che Gesù fa ai discepoli della sua prossima passione, morte e risurrezione (Mt 16,21; Mc 8,24; Lc 9,21) e poi prosegue: «Perché chi vuole salvare la propria anima la perderà, ma chi perderà la propria anima per causa mia la salverà», in assoluta concordanza col parallelo testo giovanneo che abbiamo riportato, che è preceduto dal celebre versetto: «In verità vi dico, se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24), in un passo tutto rivolto a preannunciare la prossima passione e glorificazione (cf. Gv 12,23–33).
Mancuso cita sì una volta Mc 8,34, ma senza toccare affatto il tema della rinuncia a sé stesso e solo per dire che la croce era un supplizio usato dai Romani e «prendere la croce» era espressione usata a quel tempo dagli zeloti. La croce stessa, cui Gesù fa esplicito riferimento, viene così posta in secondo piano, ridotta a un modo di dire di quel periodo.
Trattando poi il tema dell’anima che può morire (cf. Mt 10,28: «non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima») e che si può perdere, correttamente respinge la traduzione di psyché con “vita”, usata dalla CEI, proponibile in alcune occorrenze, ma erronea nel caso di Mt 16,26, Mc 8,36-37, Lc 9,25, ove è necessario tradurre con “anima” («Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria anima? O cosa potrà dare un uomo in cambio della propria anima?»), sottolineando giustamente il carattere duale – corpo e anima – dell’antropologia seguita da Gesù, che attribuiva all’anima l’importanza decisiva (cf. p. 233). Desta perciò sorpresa che non venga preso in esame neppure Gv 12,25, con il davvero potente, sconvolgente, «odiare la propria anima» (inequivocabile il verbo greco misein, odiare), su cui si legga il sermone eckhartiano Qui odit animam suam.
Concentriamoci, comunque, sul fatto che i vangeli sinottici, a partire da quello che viene considerato il più antico, cioè Marco, siano tutti impostati sulla morte di Gesù come evento fondamentale della sua vita: egli doveva morire, come evidente dalla ricorrenza della forma verbale greca dei: è necessario.
Ancor di più si può dire del Quarto vangelo, contraddistinto dalla frequenza del sostantivo ora (in greco uguale all’italiano), che rimanda all’ora essenziale di tutta la vicenda umana di Gesù, ossia quella della morte.
Assumendo come storicamente vero che Marco riporti il pensiero di Pietro, di cui fu collaboratore a Roma, dopo averlo da tempo conosciuto, e anche di Paolo, di cui fu compagno nei viaggi missionari, e che, d’altra parte, il più tardo Quarto vangelo sia ampiamente influenzato dalla teologia paolina, si può accettare la tesi di Mancuso – peraltro non nuova, e ampiamente corroborata da tanti studiosi – che la figura del Cristo quale redentore, morto per espiare il peccato di Adamo, provenga da questi discepoli.
Ma – ecco il punto – è proprio vero che tale figura è diversa da quella del Gesù storico, tanto diversa da esserne quasi opposta? In altre parole, i discepoli hanno compiuto un’operazione teologica arbitraria, incongrua con l’insegnamento reale di Gesù, che era stato soltanto un maestro, annunciatore di un regno di Dio che non venne affatto e messo a morte contro la sua volontà?
La modesta – anzi, modestissima, ma peraltro concorde con una bimillenaria tradizione spirituale – opinione dello scrivente è che non sia così. Certamente i discepoli dettero forma a una visione teologica andando per così dire oltre il messaggio del loro maestro e amico, che aveva insegnato soltanto (scusate se è poco!) la necessità della rinuncia a sé stessi, della morte della volontà personale, senza ritenersi la vittima da immolare per la redenzione dell’umanità. Essi espressero, in una forma mitica, rappresentativa, coerente con il loro pensare semitico più per immagini che per concetti, questo medesimo insegnamento: è necessario morire per rinascere a una vita nuova, ossia per entrare nel regno di Dio.
Nella mentalità di allora, percorsa da fantasie escatologiche ed apocalissi di ogni tipo, solo una visione teologica drammatica come quella elaborata da Pietro e Paolo poteva imporsi alla religiosità di quei tempi e di quei luoghi, incapace di muoversi su un piano filosofico».
Le parole sul libro di Mancuso che invece propone Federico Adinolfi
Di tutt’altro avviso è stato Federico Adinolfi. «“Gesù e Cristo” di Vito Mancuso – ha scritto- è veramente un libro importante. La sua ricostruzione della figura storica di Gesù è pressoché ineccepibile e, da questo punto di vista, Mancuso è uno dei rarissimi teologi odierni – sarei tentato di dire l’unico, insieme a Paolo Gamberini – a confrontarsi fino in fondo, in modo veramente serio, con i risultati della ricerca storica su Gesù (diversamente da quanto accadeva nella grande teologia degli anni ’70).
E trovo altresì affascinante la sua proposta teologica di un “neo-cristianesimo” incentrato sull’etica gesuana del regno di Dio, sganciata dalla cornice kerygmatica e soteriologica tradizionale e ricontestualizzata in un orizzonte di pluralismo religioso, per quanto essa non possa che risultare molto problematica dal punto di vista della teologia cattolica tradizionale (e del resto l’autore è notoriamente un teologo indipendente e non confessionale). Del resto, in un contesto come quello occidentale (o meglio, europeo) odierno, segnato da una perdurante crisi di credibilità delle chiese storiche e da un crescente fenomeno di ricerca spirituale al di fuori delle stesse (vedi su questo i volumi “Il Dio personale” di Ulrich Beck e “Pomeriggio del cristianesimo” di Tomas Halik), una proposta teologica di rifondazione del cristianesimo come quella portata avanti da Mancuso mi sembra un evento significativo e, in definitiva, anche salutare.
I tesori spirituali ed etici delle varie tradizioni religiose non appartengono esclusivamente ai loro membri, ma all’umanità intera; per cui trovo del tutto normale che, nel nostro mondo sempre più pluralista, si diano teologie interreligiose e non-confessionali come quella di Mancuso. E al netto della sua problematicità, credo che i teologi ecclesiali farebbero bene a dialogarvi, anziché condannarla, irriderla, criticarla troppo frettolosamente (penso a una strana recensione apparsa sul blog di uno stimato teologo cattolico progressista), squalificarla come robetta da supermercato (perché manifestamente non è tale) o semplicemente ignorarla. Perché le proposte e le soluzioni di Mancuso potranno anche risultare inaccettabili, ma le questioni che mette sul tavolo sono tutt’altro che peregrine.
Un’ultima nota, più di carattere personale: veder recepite in un libro di teologia rivolto al grande pubblico alcune tesi non esattamente scontate, come quelle secondo cui “Gesù ebbe come maestro Giovanni il Battista” e “Gesù non si capisce senza il Battista”, non può che riempirmi di gioia. Anche se Mancuso cita il mio libro “Giovanni Battista. Un profilo storico del maestro di Gesù” solo in bibliografia e in una nota sulla questione se il Battista era un esseno oppure no, le due tesi in questione, riguardo al rapporto tra Gesù e il Battista, sono al centro del mio libro, e in una forma anche più radicale rispetto a quanto sostenuto nel bel libro “II Battista e Gesù” di Adriana Destro e Mauro Pesce, a cui Mancuso si rifà maggiormente. In effetti, credo che vedere nel messaggio e nell’attività di Gesù una continuazione programmatica della “via della giustizia” di Giovanni il Battista porterebbe ulteriore acqua al mulino della visione di Mancuso».
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