A novant’anni dalla nascita e più di venti dalla morte, la voce del Signor G è più tagliente e più urgente che mai. In un’epoca dominata dal conformismo digitale e dalla polarizzazione urlata, la lezione del padre del Teatro Canzone (quel genere artistico da lui inventato negli anni ’70 e costituito da monologhi e canzoni che mettono in scena i paradossi della nostra società con un approccio intellettuale e lucidamente ribelle) resta un faro di lucida resistenza intellettuale, consacrata anche dal successo del documentario Io, noi e Gaber.
noemi de rosa
Classe 1939, Giorgio Gaberscik – per tutti Gaber – nato nei quartieri popolari di Milano e formatosi tra i corridoi del Bar Jamaica e le melodie del rock’n’roll emergente. Un artista capace di raccontare le nostre contraddizioni ancor prima che imparassimo ad averne vergogna. Gaber ha scritto e cantato dell’appartenenza e dell’alienazione, delle debolezza di una borghesia sempre più di facciata e della deriva delle ideologie. Lo ha fatto con un garbo spietato, capace di far ridere e subito dopo di far male, perché in quelle parole ci ritrovavamo e ci ritroviamo ancora. Come uno specchio che, dopo l’iniziale ilarità, ci mette completamente a nudo; palesando tutte le contraddizioni e le vulnerabilità dell’Uomo.

Negli anni Sessanta, quando la RAI rappresentava l’unico mezzo di massa capace di consacrare un artista davanti a decine di milioni di spettatori, Gaber non era un semplice ospite: era un protagonista di primissimo piano. Conduceva e animava varietà di enorme successo come Canzoni da mezzo secolo, Teagarten, Questo e quello e E noi qui. Con il suo garbo e la sua naturale simpatia, era il volto perfetto per il pubblico della prima serata. Avrebbe potuto quindi adagiarsi su una carriera televisiva spianata: rimanere all’interno del circuito televisivo e discografico tradizionale gli avrebbe garantito contratti milionari, popolarità costante, copertine sui giornali e una vita artistica priva di grandi rischi. Era il percorso che molti suoi colleghi hanno seguito per tutta la vita con grande successo. Invece, proprio quando il successo commerciale gli spalancava le porte del consumo di massa, ha compiuto il primo, radicale strappo. Sono gli anni Settanta quando, all’apice della popolarità e del guadagno, Gaber capisce che la televisione sta diventando una gabbia dorata. Percepisce che il mezzo televisivo riduce l’artista a merce, impone ritmi commerciali, censura le idee più scomode e anestetizza il rapporto con il pubblico.
Come spiegherà lui stesso anni dopo, la TV chiedeva un intrattenimento rassicurante, mentre lui sentiva il bisogno di dire cose vere, anche sgradevoli. Così, ha voltato le spalle alle telecamere per rifugiarsi nel buio del teatro, il solo spazio capace di restituire verità, corpo e respiro al rapporto con il pubblico. La sua scelta di abbandonare la televisione per il teatro, uno spazio molto più incerto economicamente e con un pubblico più ristretto, fu un vero e proprio atto di coraggio e di onestà intellettuale: rinunciò alla popolarità facile per inventare e reinventarsi, al buio e da zero.
D’altronde, c’era qualcosa di profondamente drammaturgico già nel corpo di Giorgio Gaber: prima ancora che pronunciasse una sola parola o sfiorasse le corde della sua chitarra. Non possedeva la bellezza canonica dei divi televisivi degli anni Sessanta, ma una presenza plastica, viscerale, scolpita da una magrezza asciutta e nervosa che sembrava contenere un’energia elettrica pronta a esplodere ad ogni accento. Il suo volto era una mappa geografica di spigoli e lucidità, dominato da quel profilo importante con il naso affilato che fendeva il buio del palcoscenico.
È lì, dall’incontro con l’intellettuale Sandro Luporini, che è nato il Teatro Canzone: un genere nuovo, un’invenzione drammaturgica dove il monologo sposa la musica per farsi sferzata etica. Sulle tavole del palcoscenico è nato il “Signor G”, un personaggio al tempo stesso autobiografico e universale. Attraverso la maschera di quest’uomo comune, Gaber ha vivisezionato l’individuo schiacciato dalla modernità, incastrato tra il desiderio di libertà e la tentazione dell’omologazione. Sul palco quel suo corpo lungo e flessuoso rifiutava ogni staticità. Le mani, grandi ed espressive, erano protesi del suo pensiero: tagliavano l’aria come bisturi per separare il senso dal non-sense, oppure si chiudevano a pugno, strette al petto, quando l’indignazione faticava a farsi canzone. Persino il guardaroba era ridotto all’essenziale, giacche scure e camicie senza orpelli, scelte non per civetteria, ma per spogliare l’arte di ogni sovrastruttura.

E se la presenza scenica di Gaber catturava lo sguardo, erano i suoi testi a scuotere le coscienze: ogni verso rappresenta un’analisi quasi chirurgica della condizione umana e sociale. Giorgio Gaber non è stato semplicemente un cantautore italiano o un uomo di spettacolo, ma un intellettuale che ha preso in prestito il palcoscenico per fare del dubbio la sua unica certezza. Gaber è stato un sismografo morale dell’Italia repubblicana, fotografandola così bene nei suoi vizi e nelle sue vuote apparenze da essere eterno. Probabilmente perché è stato capace di fare del dubbio, e della sua insinuazione, la sua unica, incrollabile certezza.
Per non restare un pupazzo immobilizzato dal conformismo, Gaber usa la scena come un bisturi per vivisezionare l’animo umano. La prima piaga che porta alla luce è il narcisismo, la mania dell’uomo moderno di mettere il proprio Ego al centro dell’universo. Nella sua La parola Io, la diagnosi sull’individualismo sfrenato anticipa di decenni ed anticipa, con spaventosa chiaroveggenza, l’era del narcisismo di massa e dell’auto-esibizione, molto prima dell’avvento dei social network.
Io, io, io, ancora io. / Ma il vizio dell’adolescente non si cancella con l’età / e negli adulti, stranamente, diventa più allarmante e cresce. / La parola io è uno strano grido, che nasconde invano la paura di non essere nessuno… / La parola Io, questo strano tipo di egocentrismo / che se si potesse rimodellare / farebbe un gran bene all’umanità.
Ma la disillusione per un individuo sempre più ripiegato su se stesso non scivola mai nel cinismo. Quando il panorama sociale si svuota di senso e le ideologie si sgretolano, la ricerca di Gaber si fa ancora più esigente. Il Teatro Canzone alza la posta e invoca un’etica vera, una presenza umana capace di spezzare l’omologazione. È il grido amaro e lucido di Se ci fosse un uomo:
Se ci fosse un uomo / un uomo vero / che non avesse paura di niente / e che guardasse la realtà / con un po’ più di coraggio… / Se ci fosse un uomo / che non si lasciasse trascinare / dalle parole di moda.
Questa ricerca ossessiva dell’Uomo trova infine il suo compimento nel Gaber più maturo, quello che decide di rivolgere lo sguardo alle generazioni future. Consapevole delle macerie morali lasciate dai padri, il “Signor G” affida al suo testamento spirituale, Non insegnate ai bambini, una lezione d’amore e di rispetto sulla vera essenza della libertà:
Non insegnate ai bambini / le vostre verità / che di quasi tutte / potete fare a meno. / Non proiettate su di loro / i vostri vizi e le vostre paure… / Girotondo di anime / che si guardano attorno / e si sentono sole… / Se li volete educare / non gli mostrate i vostri difetti / ma provate a mostrare / solo i vostri affetti.
Ricordare Giorgio Gaber oggi non significa cedere alla trappola del rimpianto o del nostalgico amarcord. A dimostrare quanto il suo pensiero sia vivo e pulsante ci ha pensato il documentario Io, noi e Gaber (2023), diretto da Riccardo Milani: un ritratto corale e appassionato che, portando nelle sale migliaia di spettatori di ogni età, ha testimoniato la straordinaria attualità di un artista privo di scadenze. Più che un semplice omaggio, il film è un viaggio corale e profondo che attraversa i luoghi della sua vita, andando dalle strade di Milano ai teatri della provincia italiana, e raccoglie le voci di chi lo ha amato, condiviso con lui il palco o semplicemente assorbito la sua lezione: da Claudio Baglioni a Jovanotti, da Gianni Morandi e Roberto Vecchioni fino a figure del giornalismo e dello spettacolo come Massimo Bernardini e Vincenzo Mollica. Attraverso preziosi materiali d’archivio e le parole dell’inseparabile Sandro Luporini, Milani non si limita a celebrare il mito, ma riporta alla luce l’uomo, la sua cura maniacale per il dettaglio teatrale e la sofferenza intellettuale con cui vivisezionava il presente.

Il successo straordinario del documentario al cinema, capace di riempire le sale con un pubblico incredibilmente trasversale e giovane, ha confermato che l’opera di Gaber non si è mai adagiata su risposte facili, ma continua a costringerci a guardare dentro i nostri vuoti.
Ci manca la sua risata amara, la sua gestualità spezzata, la sua capacità di indicare le nostre debolezze senza mai salire in cattedra. Raccogliere l’eredità che quel film rievoca con tanta forza significa fare la cosa più difficile e rivoluzionaria: esercitare il dubbio, rifiutare le scorciatoie del pensiero unico e ricordare ogni giorno che, proprio come cantava lui, la libertà non è uno spazio libero, ma partecipazione.












