Gli italiani continuano ad accumulare liquidità sui conti correnti, ma custodire i propri risparmi in banca costa sempre di più. Al 31 maggio 2026, le famiglie avevano depositato complessivamente 1.163 miliardi di euro, una cifra che fotografa la forte propensione alla liquidità degli italiani. Allo stesso tempo, però, il costo medio di gestione di un conto corrente è aumentato del 23% in dieci anni, passando da 82,2 a 101,1 euro all’anno.
Alessandra Caparello per Whale Street Italia
Sono i principali dati contenuti nell’analisi realizzata da Adusbef, l’Associazione difesa utenti servizi bancari, sull’andamento dei conti correnti in Italia. Il rapporto mette in evidenza non solo quanto denaro è fermo sui conti delle famiglie, ma anche le profonde differenze territoriali nella distribuzione della liquidità e l’aumento delle spese bancarie.
Lombardia prima per depositi: quasi 239 miliardi di euro
La distribuzione dei risparmi sui conti correnti è tutt’altro che uniforme lungo la Penisola. A guidare la classifica è la Lombardia, che al 31 maggio 2026 concentra quasi 239 miliardi di euro di depositi, pari a circa il 20% della liquidità complessivamente custodita sui conti correnti italiani. A grande distanza segue il Lazio, con circa 122 miliardi di euro, mentre il Veneto si colloca al terzo posto con 105 miliardi. Il divario con le regioni che presentano i valori assoluti più bassi è particolarmente ampio.
In fondo alla graduatoria si trova infatti la Valle d’Aosta, con circa 2,8 miliardi di euro depositati. Naturalmente, il dato assoluto risente anche delle dimensioni demografiche ed economiche delle diverse regioni. Per questo motivo, per capire meglio dove si concentra la maggiore disponibilità di liquidità, è utile rapportare i depositi al numero di residenti.
Dove ci sono più soldi in banca per abitante
La graduatoria cambia sensibilmente quando si considera il valore dei depositi in rapporto alla popolazione. In questo caso è Bolzano a conquistare il primo posto, con una media di quasi 30.400 euro per residente. Seguono Milano, con circa 27.900 euro per abitante, Piacenza con 26.800 euro, Sondrio con 26.000 euro e Belluno, che si attesta a circa 25.650 euro pro capite. All’estremo opposto si trovano alcune province del Mezzogiorno e delle Isole. A Crotone la media è di appena 9.679 euro per residente, mentre a Sassari si ferma a 9.741 euro. A Nuoro, invece, supera di poco i 10.600 euro.
La distanza tra i territori con la maggiore e la minore liquidità pro capite è quindi molto ampia: tra la prima e l’ultima provincia il rapporto supera tre a uno. Un dato che evidenzia quanto siano differenti la capacità di risparmio e la disponibilità finanziaria delle famiglie nelle diverse aree del Paese.
In dieci anni depositi cresciuti del 28,3%
Guardando all’evoluzione nel tempo, i depositi delle famiglie sono aumentati in modo significativo. Nel maggio 2016 ammontavano a circa 906 miliardi di euro, mentre dieci anni più tardi hanno raggiunto quota 1.163 miliardi.
L’incremento nominale è quindi pari al 28,3%. Ma il confronto con l’inflazione ridimensiona notevolmente la crescita. Nello stesso arco temporale, infatti, l’aumento complessivo dei prezzi è stato del 23,6%. Al netto dell’inflazione, la crescita reale della liquidità detenuta dalle famiglie si riduce così a un più contenuto +4,7%. In altre parole, una parte consistente dell’incremento osservato nei depositi è stata assorbita dall’aumento del costo della vita.
Trentino e Sardegna le regioni dove i depositi sono cresciuti di più
Anche la dinamica dei depositi è molto diversa da una regione all’altra. Nell’arco del decennio considerato, l’aumento nominale più marcato si registra in Trentino-Alto Adige, dove la liquidità depositata è cresciuta del 43,2%. Al secondo posto si trova la Sardegna, con un incremento del 42,7%, mentre il Friuli-Venezia Giulia registra una crescita del 39,7%. All’estremo opposto si trovano invece le Marche, dove i depositi sono aumentati appena del 10,6%, e la Liguria, con una crescita del 14,5%. Entrambe le regioni si collocano ampiamente al di sotto dell’inflazione registrata nel periodo. Questo significa che, in termini reali, la liquidità lasciata sui conti correnti ha perso potere d’acquisto. Un aspetto particolarmente rilevante in un contesto nel quale l’inflazione riduce progressivamente il valore reale del denaro non investito.
Conto corrente sempre più caro
Se da una parte cresce la liquidità depositata in banca, dall’altra aumenta anche il costo per mantenere un conto corrente. Secondo i dati della Banca d’Italia elaborati da Adusbef, la spesa media annua è salita in dieci anni di 18,9 euro, raggiungendo nel 2026 quota 101,1 euro, contro gli 82,2 euro del 2016. L’incremento complessivo è quindi del 23%. A pesare maggiormente sono soprattutto le spese variabili, cioè quelle legate alle operazioni effettuate dal correntista, come bonifici, pagamenti e prelievi. Questi costi sono aumentati del 34,2%, passando da una media di 26,6 euro a 35,7 euro all’anno. Particolarmente significativo è stato l’aumento delle spese legate alle disposizioni, che nell’arco di dieci anni sono cresciute del 62,6%. Più contenuto, ma comunque rilevante, è stato invece l’aumento delle spese fisse, come i canoni e i costi delle carte. In questo caso l’incremento è stato del 17,6%, da 55,6 a 65,4 euro all’anno.
Più liquidità non significa necessariamente più ricchezza
Il dato sui 1.163 miliardi di euro depositati sui conti correnti non deve però essere interpretato automaticamente come il segnale di una maggiore ricchezza diffusa tra le famiglie italiane. Secondo Adusbef, l’aumento della liquidità riflette anche la scelta delle famiglie di mantenere una maggiore disponibilità immediata di denaro in un contesto caratterizzato da incertezza economica.
Il risparmio, quindi, può essere il risultato non soltanto di una maggiore capacità di accumulo, ma anche di una riduzione dei consumi e di un atteggiamento più prudente nei confronti del futuro.
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