Tra gli approfondimenti recenti dell’Ispi (l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) c’è un focus su Trump e sulle minacce che il tycoon americamo ha rivolto all’Oman mentre Muscat tratta con Teheran sul futuro dello Stretto di Hormuz. Intanto scadono i 60 giorni concessi a Stati Uniti e Iran per trovare un accordo, senza una proroga in vista.
“Se l’Oman si mette di mezzo, li bombarderemo senza pietà”. Donald Trump non usa mezzi termini. In una breve intervista a Fox News, il presidente statunitense ha avvertito il paese del Golfo: se ostacolerà un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran, diventerà un bersaglio. La minaccia è stata sventolata allo scadere dei 60 giorni di tempo che le parti si sono concesse per negoziare un accordo, ancora lontano dall’essere raggiunto. Al contrario, Muscat e Teheran sarebbero vicine a un’intesa per una gestione congiunta dello stretto di Hormuz, che bagna le coste omanite e iraniane, così da garantire la navigazione delle navi. “È stato raggiunto un accordo in merito alla mappa del percorso di transito”, ha annunciato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghei, senza però fornire ulteriori dettagli. Qualcosina in più l’ha spiegata il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi: “I percorsi che esistevano in precedenza non sono più utilizzabili, quindi è necessario definirne uno nuovo. Per ora ne stiamo progettando uno provvisorio, che potrà poi essere trasformato in un percorso definitivo in una fase successiva”. Washington ha già espresso la propria contrarietà. Più volte i rappresentanti dell’amministrazione Trump, a cominciare dal segretario di Stato Marco Rubio, hanno dichiarato esplicitamente che a Hormuz non ci può essere alcun pedaggio – così com’era prima del conflitto. Inoltre, un accordo con l’Oman conferirebbe all’Iran un controllo sullo stretto: l’esatto opposto delle richieste degli americani, che tra le condizioni principali per porre fine alla guerra pongono proprio la rinuncia della Repubblica islamica a questa prerogativa. Martedì, il presidente Trump ha ribadito il concetto pubblicando sul suo profilo Truth una foto dello stretto di Hormuz con la scritta: “Nuovo territorio americano”.
Un falso amico?
Non è la prima volta che Trump prende di mira l’Oman. A fine maggio, durante una riunione di gabinetto, il presidente lo aveva già redarguito: “Nessuno controllerà lo stretto di Hormuz. Sono acque internazionali e l’Oman si comporterà come tutti gli altri. Oppure dovremo farli saltare in aria”. Alcuni pensavano che avesse confuso l’Iran con il paese del Golfo. Poi il Dipartimento di Stato ha pubblicato un post su X e la trascrizione del virgolettato non lasciava spazio a fraintendimenti. L’ulteriore conferma è arrivata con l’ultima minaccia lanciata da Trump a Muscat. Dentro l’amministrazione americana c’è la percezione che l’Oman non stia facendo abbastanza nel suo ruolo di mediatore. Il governo di Muscat vanta un’alleanza di lunga data con gli Stati Uniti, condita con accordi commerciali e partenariati di sicurezza. Anche se si è rifiutata di entrare in guerra al fianco di Washington, ha subito gli attacchi iraniani contro le infrastrutture militari statunitensi presenti sul suo territorio. Nel mentre, gli omaniti provavano a tessere un’interlocuzione con l’Iran per arrivare a un’intesa. Alcuni funzionari del governo statunitense considerano l’Oman un partner ambiguo o, peggio ancora, capace di favorire gli interessi di Teheran. In realtà non tutti la pensano in questo modo. Come riportato dal Wall Street Journal, ci sono altri funzionari che vorrebbero sfruttare i buoni rapporti tra Oman e Iran nel processo di mediazione, accusando Trump di usare l’alleato del Golfo come capro espiatorio per scaricare le responsabilità di una guerra da cui non riesce a uscire.
A che punto siamo?
Come già osservato, il memorandum siglato lo scorso 17 giugno, con cui Stati Uniti e Iran si davano 60 giorni di tempo per continuare a negoziare un’intesa, è scaduto questa settimana. Al momento, non c’è alcun segnale che indichi una proroga in vista. Le due parti sono ancora lontanissime dall’intendersi. “Non sono in corso né programmati colloqui o conversazioni con la Repubblica islamica dell’Iran. Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine acquatiche sono state rimosse o fatte brillare”, ha affermato Trump martedì, smentendo quanto detto un giorno prima, ovvero che i contatti con le Guardie rivoluzionarie erano in corso. Diametralmente opposto il parere di Teheran. Il ministro degli Esteri Araghchi ha affermato che gli Stati Uniti “ci stanno “supplicando di trattare alle nostre condizioni”. Domenica, commentando la trattativa con l’Oman, Araghchi aveva già chiarito che “questi negoziati e la riapertura dello stretto di Hormuz sono due questioni distinte”. Per riaprirlo, ha spiegato il capo negoziatore iraniano Mohammad Ghalibaf, le richieste di Teheran sono la revoca del blocco navale e l’embargo petrolifero imposto dagli USA, il rilascio degli asset iraniani congelati e la fine di tutte le operazioni militari.
Venti di una nuova guerra?
Lo stallo in corso rischia di far precipitare la regione nuovamente nel conflitto totale. Gli Emirati Arabi Uniti hanno imposto mercoledì un embargo commerciale a tempo indeterminato all’Iran dopo averlo accusato di aver lanciato due missili balistici, poi intercettati. “Tutti gli scambi commerciali, le transazioni finanziarie e gli scambi con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso”, ha annunciato il Ministero degli Esteri di Abu Dhabi. Da parte sua, Teheran nega ogni responsabilità ipotizzando che si trattasse di una operazione di false flag. Secondo l’Nbc, la Russia starebbe trasferendo all’Iran munizioni, componenti per droni ed esplosivo da mettere sulle testate attraverso il Mar Caspio. A inizio agosto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno anche siglato il Patto della Mecca, anche ribattezzato Nato islamica, che prevede la mutua assistenza in caso di attacco a uno dei tre membri. Un’intesa raggiunta proprio mentre gli Houthi yemeniti hanno attaccato impianti sauditi. L’equilibrio regionale rimane quindi fragilissimo e basta molto poco per tornare allo scontro aperto.
Il commento
Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow
“La ripresa delle tensioni intorno allo stretto di Hormuz è la conferma – se mai fosse stata necessaria – dell’intrattabilità del problema aperto con gli attacchi dello scorso febbraio contro l’Iran. Nonostante l’approssimarsi della scadenza dei sessanta giorni previsti dal memorandum di Islamabad, nessun accordo di pace appare in vista. Parallelamente, la popolarità di Donald Trump presso l’elettorato continua a diminuire, mentre si avvicina l’appuntamento con il voto di midterm. Su questo sfondo, le minacce rivolte all’Oman per l’accordo che starebbe per firmare con Teheran sembrano, più che altro, un tentativo della Casa Bianca di dimostrare di avere ancora in mano l’iniziativa nonostante le difficoltà cui si trova di fronte. Un tentativo che, peraltro, mette in imbarazzo Muscat, che già in passato ha svolto un importante ruolo di mediazione e che, anche in futuro, potrebbe offrire alle parti i suoi (non disinteressati) buoni uffici”.














