In Italia i piccoli comuni (con popolazione fino a 5.000 abitanti, secondo la legge quadro nazionale) sono circa 5.500, pari a circa il 69-70% del totale dei comuni italiani. Ospitano quasi 10 milioni di residenti e coprono oltre la metà della superficie del Paese. ve ne sono poi tanti altri che contano tra i 5.000 e i diecimila abitanti che continuano a perdere abitanti. tanti di questi sono bellissimi e fanno la morfologia del panorama tipico italiano. La transizione demografica rappresenta oggi una delle principali sfide per i territori italiani e, in particolare, per i piccoli Comuni e le aree interne. La riduzione della popolazione residente, l’invecchiamento demografico, la contrazione dei servizi essenziali e la difficoltà di attrarre nuove famiglie e attività economiche stanno modificando profondamente gli equilibri territoriali del Paese, rendendo necessario un ripensamento delle strategie di sviluppo locale.
di noemi de rosa
Il Rapporto Annuale 2025 dell’ISTAT – La situazione del Paese, presentava già a maggio del 2025, un’Italia che sta attraversando una profonda trasformazione demografica e sociale caratterizzata dalla persistente bassa natalità, dall’aumento della longevità e dalla progressiva riduzione della popolazione in età attiva. Particolarmente significativo è il richiamo rivolto ai territori più fragili, dove, come sottolinea il Presidente dell’ISTAT, «le maggiori criticità emergono nei territori più fragili, dove la presenza di anziani soli o in coppie senza figli è più frequente e si dirada la rete di persone su cui poter contare». Una considerazione che descrive efficacemente la condizione di molti piccoli Comuni italiani e rafforza l’urgenza di adottare strategie capaci di attrarre nuove famiglie, rafforzare i servizi e rigenerare il capitale sociale delle comunità locali.
L’Agenda Controesodo 2025-2026, approvata dalla Consulta Nazionale ANCI Piccoli Comuni il 22 ottobre 2025, proponeva una piattaforma organica di intervento finalizzata a contrastare lo spopolamento e a rafforzare l’attrattività dei territori minori. Il documento parte dalla consapevolezza che i piccoli Comuni rappresentano circa il 70% dei municipi italiani e presidiano oltre la metà del territorio nazionale, costituendo una componente essenziale del patrimonio ambientale, culturale, sociale e identitario del Paese. Superando una visione settoriale dello sviluppo e proponendo un approccio integrato fondato su persone, servizi, abitare, lavoro, innovazione tecnologica, welfare di comunità e valorizzazione delle risorse locali. Casa, lavoro, scuola, salute, mobilità, connettività digitale e reti comunitarie vengono considerati fattori strettamente interdipendenti che determinano la capacità di un territorio di attrarre, accogliere e trattenere popolazione.
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Il recente intervento di Alessandro Santoni, coordinatore nazionale della Consulta Piccoli Comuni dell’Anci, sull’avviso del Ministero per la Famiglia “Crescere nei piccoli comuni 2026” che mette a disposizione 50 milioni di euro per interventi e servizi rivolti alle famiglie nei Comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti ha tentato di gettare nuova luce sul tema. Con l’obiettivo di evitare per borghi e piccoli Comuni che si prospetti un destino severo ed ingrato, stretti come sono fra spopolamento, carenza di risorse, servizi insufficienti e talora inesistenti. Occorrono allora atout e chances di riscatto in grado di emergere qua e là come fecondi germogli di futuro, facendo sperare in una florida stagione di rinascita.
Qualcuno ritiene, infatti, che questi paesini sperduti nella aree interne e marginali della Penisola potrebbero presto essere il centro nevralgico di una nuova rivoluzione, anche economica. Il segreto di questo cambiamento non sono le case a 1 euro, bensì la digitalizzazione grazie alla fibra ottica, dalle quali sono in grado di scaturire nuovi servizi avanzati. Di qui la probabile diffusione anche in questi territori semiabbandonati dello smart working – ormai una sorta di mantra nazionale dopo la pandemia – dunque di forme di economia agile e innovativa.
Inguaribile ottimismo, questo? Chissà, forse… In effetti i dati ufficiali forniti dall’Istat mettono i brividi: in 40 anni i borghi e i piccoli centri abitati italiani hanno perso il 60% della loro popolazione. Alcuni degli abitanti scomparsi da questi Comuni si sono trasferiti all’estero, ma la gran parte di loro si è semplicemente spostata nella più vicina grande città. Per cercare lavoro, in un primo tempo, per avere più servizi, di recente. Se questo fenomeno ha svuotato i piccoli centri ha anche, contemporaneamente, riempito le città rendendole sempre più invivibili. Sono le due facce della stessa medaglia e dello stesso paradosso: ci si sposta dai paesini per avere più opportunità in città, ma si finisce per rimpiangere la qualità della vita che si faceva prima nel piccolo centro. Dalla padella alla brace, quindi, senza soluzione di continuità. Ma, allo stato attuale, dalla contraddizione non si esce. Si uscirà soltanto se si svilupperanno le potenzialità cui si accennava. In altre parole, installare la fibra ottica nei borghi e nei piccoli Comuni, è operazione in grado di generare nuove prospettive economiche per questi territori. Capace, cioè, di persuadere chi abbia un lavoro smart a non andarsene, perché ora può lavorare da casa, anche se non abita in una grande città. Può, inoltre, stimolare nuove attività professionali che, avvalendosi di connessioni veloci e affidabili, restino in contatto con uffici e imprese delle aree urbane metropolitane e di vaste dimensioni.
“Nei piccoli Comuni – sottoliea Santoni – sostenere le famiglie significa sostenere la tenuta stessa delle comunità. Significa creare condizioni perché bambini, ragazzi e famiglie possano trovare servizi, opportunità e occasioni di socialità anche nei territori più piccoli. Questo investimento da 50 milioni va esattamente in questa direzione e si inserisce pienamente nella logica dell’Agenda Controesodo, che mette al centro la necessità di rendere i piccoli Comuni luoghi nei quali sia possibile continuare a vivere, crescere e costruire il proprio futuro”.
In questa prospettiva, il contrasto allo spopolamento non è interpretato come una semplice politica di riequilibrio territoriale, ma come una vera e propria strategia nazionale di sviluppo. L’obiettivo non è soltanto rallentare il declino demografico, ma creare le condizioni affinché i piccoli Comuni possano tornare a essere luoghi di opportunità, innovazione, benessere e qualità della vita, contribuendo alla competitività, alla sostenibilità e alla coesione sociale dell’intero Paese. Una prospettiva che può riuscire solo se abbiamo le idee ben chiare e le risorse non diventano pioggia di danaro pubblico calato dall’alto su terreni già aridi ed inospitali.
















