Concepito e scritto nel 1948-1949, “Il sogno di una cosa” viene pubblicato solo nel 1962. Così si trova ad essere, al tempo stesso, romanzo d’esordio e di conclusione, cartone preparatorio di una stagione narrativa e ripensamento finale sulla validità di quell’esperimento. Tre ragazzi friulani alla soglia dei vent’anni vivono la loro breve giovinezza e affrontano il mondo: la miseria delle origini, la fuga in Jugoslavia, le lotte contadine, l’emigrazione…, ma anche l’amicizia, l’amore, la solidarietà. Si comincia con l’ebbrezza di una festa, si finisce con la tristezza di una morte: “la meglio gioventù” è già conclusa.
Gli anni trascorsi in Friuli da Pier Paolo Pasolini hanno influenzato la sua prima produzione letteraria e si ritrovano in molte poesie e in questo romanzo di esordio, scritto tra il 1948 e ‘49, ma pubblicato a distanza di tempo nei primi anni ‘60. Il sogno di una cosa è ambientato nel Secondo Dopoguerra, fra quei paesaggi friulani incorniciati dalle montagne, conosciuti e vissuti durante la sua permanenza nella casa materna di Casarsa. Intorno all’amicizia di tre giovani – Nini, Eligio, Milio – viene costruito un romanzo corale che ci riporta indietro nel tempo, trasportandoci in una civiltà contadina che viene rappresentata nei suoi riti e nelle sue usanze, rievocata nelle vivide immagini delle feste di paese, dove una fisarmonica e un fiasco di vino erano l’antidoto contro la durezza di una vita di ristrettezze. Era un mondo agreste che, pur nella povertà e nelle difficoltà quotidiane, affondava ancora le radici nel valore della comunità, dell’aiuto solidale, della fratellanza e dell’amicizia. Quello che più si apprezza nello svolgersi del racconto è il gusto della descrizione degli aspetti della realtà contadina, le sfumature di un popolo ancora capace di provare sentimenti veri ma anche di inseguire il desiderio di cambiare l’Italia con il coraggio di combattere la prepotenza di una classe latifondista, in nome di un ideale da sognare. In tutto il romanzo trapela l’affetto dello scrittore bolognese che intravvedeva in quel mondo tradizionale e semplice una sorta di condizione ideale. Senza incorrere nella nostalgia, ma nella piena consapevolezza che il suo sarebbe stato il canto a ricordo di un mondo rurale destinato a cedere il passo all’urbanesimo e all’industrializzazione, Pasolini traccia il principio di una traiettoria che va verso quella mutazione antropologica inesorabile che segnerà il popolo e la cultura italiani negli anni del cosiddetto “boom” economico.
Con quest’opera ha inizio la sua esplorazione narrativa nel mondo dei giovani delle classi popolari, primo passo tra la gioventù dei ceti bassi della società che virerà, qualche anno più tardi, verso gli acclamati casi letterari di Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ma la crudezza dei romanzi “romani” è molto lontana dalla narrazione delle gesta dei giovani friulani, invece pervasa da una poetica legata a luoghi e situazioni in cui si ha ancora traccia di un’umanità che svanirà nei racconti delle periferie romane dilaniate dalle contraddizioni. Sono anche evidenti le diversità stilistiche che interpongono una certa distanza rispetto alla maturità dei casi letterari più noti dal grande pubblico. Ed è anche per questo motivo che è un libro che permette di conoscere un lato pasoliniano meno conosciuto.
Da Il Club del Libro

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